Quando uno vive con il pallone tra i piedi, capita che quel pallone finisca contro vasi, finestre, soprammobili, bicchieri… E capita che una mamma finalmente si convinca, a dispetto del timore che suo figlio sudi troppo e si ammali col freddo: “Ti porto alla scuola calcio”. Mamma Bruna chiede al mio primo allenatore, Umberto Prestia, di farmi giocare in porta: non si corre, non si prendono troppe botte e soprattutto, secondo mia madre, non si suda. Per fortuna non le diedero retta, anche grazie ai consigli di mio papà e mio fratello. Chissà che portiere sarei diventato… Così, a otto anni, inizia l’avventura. La mia squadra è l’A.C. San Vendemiano, lì indosso la prima maglia – bianca e rossa, che orgoglio, sembravo un calciatore vero - e segno i miei primi gol. Presto capisco cosa significa stare fermo per infortunio, anche se il pallone non c’entra nulla. E’ uno dei primi giorni di scuola, quarta elementare, i miei genitori mi ci lasciano andare in bicicletta. Al rientro davanti a casa devo attraversare la strada, uno sguardo avanti e uno indietro, ma all'improvviso sbuca una macchina che mi investe. Batto forte la testa e il medico mi dice che non posso giocare per un anno. Però io ho la testa dura e mi riprendo. Faccio tutta la trafila: Pulcini, Esordienti, Giovanissimi. La svolta arriva il 10 novembre del 1987 su una 126 bianca, quella con cui l’osservatore del Padova Vittorio Scantamburlo setaccia il Veneto alla ricerca di giovani talenti. Finisco sul suo quaderno con accanto tre asterischi, il massimo dei voti. Mi segnala al Padova. E il 18 agosto del 1988 un dirigente della mia futura società si presenta alla porta di casa nostra: il momento è arrivato.
COPYRIGHT © www.alessandrodelpiero.com 2010
I contenuti sono parzialmente riproducibili da giornali, siti internet e agenzie soltanto con l’obbligo di citare la fonte “alessandrodelpiero.com” e con l’espresso divieto di cederli a terzi a qualsiasi titolo.