La mia prima stagione juventina coincide con una svolta epocale in società. Nell’aprile del ’94 finisce l’era Boniperti e comincia quella della Triade, con l’arrivo prima di Roberto Bettega, poi di Antonio Giraudo e Luciano Moggi. Nasce una squadra nuova, sulle fondamenta di quella lasciata da Boniperti. Cambia l’allenatore: da Trapattoni a Lippi. Io vengo inserito stabilmente in prima squadra, parto come quarto attaccante dopo Roberto Baggio, Gianluca Vialli e Fabrizio Ravanelli. Sapevo di dover lottare per conquistarmi il posto, ma il campionato precedente mi aveva dato sicurezza, potevo giocarmela alla pari con tutti. Il sistema di gioco è il 4-3-3, io sfrutto la mia occasione quando Baggio rimane fuori per infortunio. A fine stagione metto in fila 29 presenze e 8 gol in campionato, più uno in Coppa Uefa e uno in Coppa Italia. Ma quello che conta di più è che vinciamo, vinciamo tanto. E da allora, tra (molti) alti e (pochi) bassi, non abbiamo più smesso. Quello era un gruppo straordinario, che è diventato Squadra – sottolineo la maiuscola – partita dopo partita, superando difficoltà dopo difficoltà. Un anno pazzesco, carico di momenti esaltanti e purtroppo anche del peggiore dei drammi: la morte di un nostro compagno di squadra, Andrea Fortunato.
Arriviamo a fine anno in corsa su tutti i fronti, lasciamo al Parma solo la Coppa Uefa. Dopo nove anni la Juventus torna a vincere lo scudetto, il mio primo titolo. Nostra anche la Coppa Italia sempre contro il Parma, l’avversario di stagione. A me sembra di volare: il gol del 3-2 contro la Fiorentina, quello contro la Lazio all’Olimpico, quello contro il Napoli. Arrivano i complimenti, i primi contratti con gli sponsor, le attenzioni, le interviste. In una delle prime dissi: “Tutto quello che mi sta capitando mi sembra un po’ esagerato, ma mi piace”. Sì, mi piaceva… Sarà per quello che non era il caso di fermarsi lì. A fine stagione se ne va Baggio, la Juve punta su di me. Mi spiace non avere potuto giocare un po’ di più con lui, non sono mai stato d’accordo con chi diceva che tra di noi c’era un cattivo rapporto. Per me Baggio è stato un esempio, un campione immenso. E per questo è stato un onore prendere il suo posto e la sua maglia.
Nella stagione ’95-’96 il sogno che inseguiamo, noi e tutti i tifosi della Juventus, è la Champions League. Diventa realtà il 22 maggio 2006 a Roma, in una di quelle notti che pensi che di meglio nella vita non puoi provare, che non ti capiterà più di gioire così tanto. E invece per fortuna, ho alzato anche altre coppe… La strada per arrivare a Roma è stata straordinaria tanto quanto la finale, per la squadra e per me, con quei gol tutti uguali che mi sono portato dietro come un’etichetta: “alla Del Piero”. Gioco la finale per la prima volta con il mio nome sulla maglia. Dalla stagione successiva, sarà così in tutte le competizioni: per fortuna sono arrivato al momento giusto, “10-Del Piero”, è mia! La abbandono solo per indossare quella azzurra. La prima convocazione, con il ct Sacchi in panchina, arriva mentre ero in ritiro alla Borghesiana con l’Under 21. Debutto con la Nazionale A il 25 marzo del ’95 a Salerno contro l’Estonia. In quella stagione gioco anche con la maglia degli azzurrini di Maldini e con quella della Nazionale militare, dato che tra una partita e l’altra faccio la Naja a Napoli. Ricordo che un giornale calcolò che in quel periodo percorsi circa 40mila chilometri su e giù per l’Italia. E non solo. Sono arrivato fino a Tokyo. Stagione ‘96/’97, la squadra è cambiata: non ci sono più Vialli e Ravanelli, arrivano Zidane, Boksic, Vieri e Amoruso. La voglia di vincere di quel gruppo straordinario, però, è la stessa. Diventiamo campioni del mondo con la maglia bianconera senza sponsor e le maniche lunghe, come la Juve di Platini. Segno il gol che vale la vittoria: me ne vado da Tokyo con la coppa del migliore in campo e con l’automobile messa in palio dallo sponsor. Non c’è stata sull’aereo… Ma la coppa sì, quella l’abbiamo portata a casa: contando anche le due Supercoppe (italiana ed europea), è grande slam.
Purtroppo non riusciamo a confermarci in Champions: a Monaco contro il Borussia dei tanti ex compagni di squadra perdiamo una partita che se la rigiocassimo altre dieci volte non perderemmo più. Non mi consola il gran gol di tacco all’inizio del secondo tempo, piuttosto la conquista dello scudetto numero due del mio palmarés. La storia si ripete l’anno dopo, senza più Vieri e con Inzaghi al suo posto: campioni d’Italia per la terza volta in quattro anni, sconfitti in finale di Champions stavolta dal Real Madrid. Segno 29 gol in tutto, il mio record. Arrivo al mio primo Mondiale, in Francia, logorato da una stagione faticosissima e dallo stiramento che mi porto dietro dalla finale di Amsterdam. L’Italia viene eliminata agli ottavi dalla Francia dei miei compagni Zidane e Deschamps. Dopo un anno stupendo, mi aspettavo un finale migliore, ma come all’Europeo 1996 in Inghilterra non riusciamo ad arrivare in fondo. Per salire in cima al mondo anche in azzurro, avrei dovuto aspettare ancora qualche anno.
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