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L’infortunio: prima e dopo

8 novembre 1998. Vigilia del mio ventiquattresimo compleanno, stadio Friuli di Udine. Siamo in testa alla classifica da soli, e stiamo vincendo contro l’Udinese in trasferta.
La partita è quasi finita. Ancora mi chiedo perché sono andato su quella palla che stava andando verso il fondo, volevo raggiungerla e tirare in porta, al volo di sinistro. Uno sforzo inutile pagato con il prezzo più caro: il ginocchio sinistro fa crac. Capisco subito che si tratta di una cosa grave, mi fa malissimo e come se non bastasse poco dopo la mia uscita dal campo l’Udinese pareggia e veniamo raggiunti dalla Fiorentina al primo posto. Nonostante abbia subito parecchi infortuni, come quasi tutti i calciatori, io per primo chiamo quello di Udine “l’infortunio”, come se fosse l’unico. Perché ha messo in pericolo la mia carriera e l’ha divisa in un prima e un dopo. Mi sono rotto il ginocchio dopo cinque anni di successi ininterrotti e di soddisfazioni con la Juventus e sul piano personale. Poi qualcosa comincia a girare storto: la finale di Champions persa, il Mondiale in tono minore condizionato da un infortunio muscolare subito proprio durante la finale contro il Real, le ignobili accuse di Zeman sul doping.
E poi l’infortunio. Lo spartiacque della mia carriera. Ho paura.
Il 26 novembre mi opero in Colorado dal professor Steadman. Per fortuna va tutto bene. Arriva il tempo del ritorno alla speranza, al coraggio, alla voglia di ricominciare. Sì, ricominciare da zero. Rieducazione, fisioterapia, lavoro, lavoro, lavoro, convivenza con il dolore, e poi i primi miglioramenti, ancora lavoro, lavoro, lavoro, la ripresa degli allenamenti sempre più intensi.
Sono pronto. Solo quando ritorno in campo e al gol, a Cesena in Intertoto contro il Rostelmash, il 4 agosto ’99, smetto di chiedermi perché sono andato su quella palla, a Udine, e capisco che in fondo doveva andare così.
Quello che è successo mi ha cambiato, mi ha migliorato. Come uomo e come calciatore.
Il lungo stop e tutto quello che ha comportato mi ha spinto a migliorare, a crescere come giocatore e a rendermi più forte, in tutti i sensi. Analizzando i fatti e i numeri, si scopre anche che ho segnato più dopo che prima dell’infortunio.