Il ritorno in campo dopo l’infortunio purtroppo non coincide con il ritorno alla vittoria. Ritrovo una Juventus che lotta per conquistarsi il posto in Europa attraverso l’Intertoto, e senza Marcello Lippi in panchina. Al suo posto dal febbraio ’99 c’è Carlo Ancelotti. Durante i lunghi mesi di stop rinnovo, per la seconda volta dal ’93, il mio contratto con la Juventus. E’ un grande segnale di fiducia da parte della società. Tornare protagonista dopo essere rimasto ai margini per quasi una stagione non è scontato, capisco presto che tutto quello che avevo fatto prima non contava più nulla. Mi devo rimettere in gioco. Dalla mia parte ho un allenatore che punta forte su di me, in alcune circostanze anche contro tutto e tutti. Ho un grande ricordo di Ancelotti, a livello professionale e a livello umano. Mi spiace non poter dire di avere vinto qualcosa con lui. Eppure ci siamo andati molto vicini, separati dallo scudetto solo dallo spazio di un diluvio, a Perugia. Chiudo quel campionato con 34 presenze su 34, l’unico sempre titolare, segnando nove gol di cui solo uno su azione. Mi presento così all’Europeo del 2000. Il ct è Zoff, arriviamo fino in fondo battendo anche i padroni di casa dell’Olanda in un’epica semifinale, in cui resistiamo ai loro assalti per 120’ minuti, gran parte dei quali giocati in 10 contro 11. Anche in questo caso la vittoria sfugge proprio quando pensavamo di averla già raggiunta a 30’’ dal fischio finale.Nei supplementari arrivo il golden-gol dei francesi.
Finisco a terra, le mani sul volto, lo sguardo fisso. Ricordo l’abbraccio di Zidane che mi viene a consolare, mentre ripenso alle due occasioni avute nei tempi regolamentari.
A fine partita dico che è colpa mia. Non che se non l’avessi detto non ci avrebbe pensato qualcun altro, a dirlo… Sono il bersaglio della maggioranza della critica, io alzo le mani e mi consegno al nemico, ma sottolineo: “Continua a esserci troppa malafede nei miei confronti, qualcuno è prevenuto”. Tornassi indietro rifarei tutto.
Mi piace ricordare qualche voce discordante, che si sollevò in quel periodo.
Quella di Ancelotti, il mio allenatore: “La sua grande personalità, il suo grande carattere saranno le armi che Alessandro utilizzerà per smentire le critiche che ingiustamente gli sono piovute addosso”.
Quella di Arrigo Sacchi, il mio primo ct: “Del Piero non può diventare il capro espiatorio dell’Italia. E’ un patrimonio di tutti, dello sport mondiale”.
Ed infine quella del “mio” Presidente, Boniperti: “Alessandro non ha quarant’anni, c’è tempo per tornare leggero nella testa. Attaccano lui per fare male alla Juve, anche a me succedeva, per questo uscivo da solo sul campo durante il riscaldamento e mi prendevo gli insulti, facevo da parafulmine. I fuoriclasse si attendono sempre”.
In deroga al primo soprannome che mi aveva dato, Pinturicchio, l’Avvocato Agnelli mi aveva temporaneamente ribattezzato Godot. Alcune tra le sue battute erano sferzanti, mi sono servite da stimolo. Sono felice che non abbia dovuto “aspettarmi” molto.
A proposito di attese, quella per il ritorno alla vittoria non viene soddisfatta neppure nella stagione 2000/2001. Arriviamo ancora secondi, dietro la Roma, e non brilliamo affatto in Champions.
Per me è una stagione di alti e bassi. Ricordo che in un’intervista ammisi che quei “bassi” duravano ormai da troppo tempo e che scappare e non ammetterlo non mi avrebbe aiutato ad uscirne. C’era qualcosa, una specie di leggerezza mentale, da ritrovare. Ci riesco nell’attimo in cui ho sentito che qualcosa stava cambiando.
L’immagine simbolo di quel momento è il gol che segno a Bari, uno dei più belli della mia carriera. E’ il 18 febbraio 2001, cinque giorni prima era morto mio papà Gino, il dolore più grande provato nella mia vita. Più tardi ho capito che quell’evento è stata la vera ragione del cambiamento.
Mi sono ritrovato di fronte a un fatto che mi ha stravolto, di fronte al quale mi sono sentito impotente. No, purtroppo non potevo fare nulla. D’un tratto mi sono accorto che tutto ciò che di brutto mi pioveva addosso - le critiche, la pressione, tutti i pesi da sopportare - si stava dissolvendo. Bastava dare il giusto peso alle cose, capire cosa conta davvero, nel profondo.
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