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Campione del Mondo


Il mio Mondiale è una bolla dentro alla quale ci siamo chiusi, a Coverciano. Fuori stava succedendo di tutto: le prime voci sulle possibili condanne di Calciopoli, i nostri risultati ottenuti sul campo messi in discussione da quello che accadeva fuori. Ma dentro la bolla tutto arrivava ovattato, e più si avvicinava la data del debutto, più questo spazio si faceva spesso e impenetrabile, e tutti dentro a pensare a noi stessi, a quello che ci saremmo giocati di lì a poco tempo, ma senza la pressione che di solito accompagna la preparazione di una grande manifestazione. Perché eravamo schiacciati dal mondo (calcistico) che ci stava crollando addosso, tanto da rimanere leggeri riguardo alle responsabilità dell’impegno che ci attendeva in Germania. Dentro a quella bolla ci siamo compattati, quasi per tutti era obbligatorio rimettersi in discussione, tutti sotto esame. Me compreso.
Il mio Mondiale è un ritiro che non era in Germania, o meglio lo era soltanto perché so che stavamo a Duisburg, ma in realtà eravamo a casa. Gli italiani in Germania ci hanno accompagnato passo dopo passo, facendoci sentire tutto il calore che forse ci era mancato prima. Sono andati al di là di qualunque aspettativa, al di là della retorica. Vincere anche per loro è stato ancora più bello.
Il mio Mondiale è un senso di riscatto immenso, oltre che un’immensa soddisfazione. Anche se la strada per arrivare sino in fondo è stata in salita. E’ normale, io credo, che un calciatore soffra se va in panchina, indipendentemente dalla totale disponibilità che uno possa offrire, quella di dare il massimo sempre e comunque, anche per soli cinque minuti. Oggi però posso dire che è stato un percorso in crescendo, una sinfonia in cui i miei assoli sono arrivati nel finale, che mi ha regalato un condensato di emozioni, soddisfazioni, gioie senza eguali: un gol in quella che è stata LA partita della Coppa del Mondo, quella contro la Germania; uno dei cinque rigori trasformati nella finale di Berlino.  
Il mio Mondiale è anche un momento di gloria personale perseguito con tutta la mia forza, con tutti i sentimenti possibili: amore, odio, passione, sofferenza. Un momento che si faceva ogni giorno più lontano e difficile da raggiungere, finché all’improvviso è arrivato, così, per magia, in quei dieci secondi di corsa senza palla, in quel destro nel sette – nello stesso sette della stessa porta dello stesso campo dove avevo segnato il mio primo gol in Champions League – con una naturalezza e una leggerezza che hanno spazzato via tutte le difficoltà, ripagando tutti i sacrifici. Dortmund, Westfalen Stadion, 4 luglio 2006, Germania-Italia, tempi supplementari, vinciamo 1 a 0 ed è quasi finita, vogliamo chiudere la partita, Cannavaro recupera palla, io parto, corro, corro, corro, chiamo la palla a quindici metri di distanza, Gilardino riesce a sentirmi in mezzo a uno stadio in fiamme, me la mette lì perfetta, sulla corsa, io senza nemmeno guardare la colpisco di prima col destro. Gol. Il mio gol. Il gol alla Germania.
Il mio Mondiale è un urlo, una corsa pazza, che cambia direzione tutto a un tratto come se fossi stato attirato da una calamita. Parto a sinistra, sterzo a destra di colpo perché mi ricordo che i tifosi italiani sono da quella parte e penso che tra loro ci sono anche i miei tifosi, mia madre, mio fratello, mia moglie. Ero riuscito a procurarmi sessanta biglietti, si può dire che in quel settore dello stadio ci fossero in quel momento quasi tutte le persone più care che ho nella vita. Dunque sto correndo dopo aver fatto gol alla Germania, il gol che vuol dire finale sicura, e sono fuori di testa. Non mi ricordo di avere mai urlato così per un gol, perché questo da’ un senso a tutto il mio Mondiale. Corro per andare a gioire sotto il settore dei nostri tifosi e prima di essere travolto dai miei compagni, alzo gli occhi e vedo Sonia. In mezzo a settantamila persone vedo lei che piange. Si era spostata tra il primo e il secondo tempo, senza saperlo mi ero fermato proprio lì, a poche file da lei. La sera, quando ci siamo rivisti dopo la partita, ce lo siamo raccontati: “Ma cosa ci facevi lì?”. Anche i miei compagni non riuscivano a capire come avessi fatto a beccarla. Un privilegio da non credere.
Il mio Mondiale è scritto nel destino. Ci sono troppe cose che sono andate a posto, come fosse scritto. Poi è ovvio che uno i doni se li deve guadagnare, deve saperli cogliere. E ci deve credere: la mia impressione è che all’inizio noi, giocatori e allenatore, eravamo gli unici italiani che ci credevano. Alla fine nulla poteva fermarci, neppure quei rigori che per tre Mondiali di fila ci furono fatali, neppure la Francia che ci aveva beffato all’Europeo. Tra i rigoristi ci sono anche io, segno, come tutti i miei compagni. Cinque su cinque. E’ il 9 luglio 2006, siamo campioni del mondo.
Il mio Mondiale è la Coppa alzata al cielo di Berlino, baciata, coccolata, idolatrata, la Coppa regalata agli italiani al Circo Massimo, due giorni senza dormire, “We are the champions” cantata a torso nudo come Freddy Mercury.
Il mio Mondiale è quella Coppa che ho portato a casa il 27 settembre 2006, in una notte che non dimenticherò mai, a San Vendemiano. Dove da bambino l’avevo sognata.