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B come Berlino

Quello che mi è accaduto nell’estate del 2006 non l’avrei mai potuto neppure immaginare. E invece è successo, tutto vero, mi sono ritrovato con uno scudetto vinto e poi tolto, con la Coppa del Mondo tra le mani, con l’ansia di non conoscere il futuro della mia squadra per la quale si parlava addirittura di serie C (!). E alla fine mi sono risvegliato, tra sogno e incubo, con una sola certezza: io sono dentro, io ci sarò, qualunque cosa accada.
Apprendo la sentenze della giustizia sportiva sulla Juventus dopo Calciopoli mentre sono in vacanza, dopo il Mondiale vinto in Germania. Serie B meno trenta. Pazzesco.
E’ il momento di cominciare a lottare. Al mio rientro a Vinovo riparto senza tanti compagni, con una società composta da nuovi dirigenti, con un nuovo allenatore (Didier Deschamps, per la prima volta in panchina un mio ex compagno di squadra) e con una nuova sfida davanti. Il secondo grado di giudizio ci concede uno sconto, si fa per dire, di pena: B meno diciassette. A questo punto il nostro destino è chiaro. Imprecare, rimpiangere il passato, trovare delle scuse non serve a nulla. La mia testa è già al momento in cui avrei potuto dire: “Siamo di nuovo in serie A”. Ma non mi è mai piaciuta la definizione “inferno della serie B”. Perché all’inferno, normalmente, uno ci va perché lo merita… E io non credo che noi giocatori ce lo siamo meritati. E poi dall’inferno non si esce. Io invece dal primo giorno in cui mi sono tuffato in questa avventura non ho mai avuto dubbi che ne sarei venuto fuori ancora più forte. In fondo per me questo campionato rappresenta un ritorno reale, e non solo mentale, al calcio delle origini. Una sorta di anno zero. Riparto da dove avevo segnato il primo gol da professionista, con il Padova, l’unico senza la maglia della Juve addosso. Ricomincio ad apprezzare la possibilità di allenarmi con continuità senza trasferte infrasettimanali, la preparazione con cura di una partita sola a settimana, il calcio giocato di pomeriggio, la domenica libera (in B si gioca quasi sempre di sabato). Insomma, come avrete capito mi sono sforzato di trovare i lati positivi. Però non sono rimasto alla Juve per questi motivi. C’era qualcosa che mi faceva guardare oltre la mancanza del giocare ad alti livelli, del primeggiare in Italia e in Europa, dell’andare a cena fuori il martedì o il mercoledì sera mentre in tv c’era la Champions League… Si tratta della consapevolezza che la Juventus continuava ad essere casa mia, e vedere tutto quello che stava capitando – alla società, alla squadra, ai tifosi – ha fatto sparire in un secondo l’intenzione di andare via.
Del resto, fin da agosto capisco di avere fatto la scelta giusta. Sto subito bene, e non può essere un caso. Con poco allenamento mi sento già fluido, lucido. Mi ricordo la sensazione di essere trasportato da una corrente marina, e di “sentirmi dentro”. Io, fin dall’inizio di questa stagione anomala, mi sono sentito così. Trasportato dalla mia volontà, dalla consapevolezza che sto facendo la cosa giusta. In fondo per me giocare in B significa ritrovare la mia giovinezza, e questo è un grande privilegio.
So che è scritto nel destino, che non è mai accaduto a nessuno una cosa del genere: al culmine della carriera, con la Coppa del Mondo in mano, mi presento a Rimini, il 9 settembre 2006, in B quattordici anni dopo averci giocato per l’ultima volta con il Padova. Ma questa volta ho la maglia bianconera, la fascia di capitano, il numero dieci sulla schiena.
So che non è un caso che il mio gol numero duecento sia arrivato contro il Frosinone, cioè la squadra sulla quale, più delle altre, si sono concentrate le ironie di chi prendeva in giro la Juventus retrocessa in serie B. Un gol da centravanti, da “falco d’area”: mezza girata di destro nata da un’uscita avventata del portiere, da un palo di Nedved e dal ginocchio “malandrino” di Trezeguet. Che poi, a guardar bene i nomi, insieme a Buffon e Camoranesi sono i ragazzi che sono passati dal Mondiale in Germania alla serie B. Per me è stata anche la stagione della presenza numero cinquecento con la maglia della Juventus, e soprattutto del titolo di capocannoniere del campionato con 21 gol. Ci tenevo tantissimo, perché non ho affrontato questa avventura con la puzza sotto il naso, mi sono battuto su tutti i campi (io li avevo già conosciuti, in passato: mica ho sempre giocato al Bernabeu!) ho preso e dato tante botte, da tempo non mi capitava di giocare un calcio così fisico.
Alla fine ce l’abbiamo fatta: promozione centrata, festeggiata ad Arezzo il 19 maggio 2007, con una doppietta e due assist. Sapevo che sarebbe finita così, fin dal primo giorno, fin dal primo gol. Quello che ho segnato il 23 agosto 2006, in Coppa Italia contro il Cesena al Dino Manuzzi, lo stadio dove tornai a giocare dal mio lungo infortunio, nel ’99.
Questa volta per me è la prima partita dopo il Mondiale. Sono in panchina, Deschamps mi chiede di entrare. Accade tutto in pochi istanti: dal mio ingresso in campo al momento in cui segno il gol della vittoria passano circa sedici secondi. Lo stesso tempo di quella corsa “coast to coast” che mi trascinò fino al mio gol al Mondiale contro la Germania, poco più di un mese prima. Io ci sono ancora, sono “dentro”.